Arte Contemporanea e-Galleria
Nicoletta Pavan

Nicoletta Pavan

Manfredo Massironi

“Parlare e pensare a Massironi equivale a ripercorrere la storia dell’arte della ricerca percettiva dell’ultimo mezzo secolo. Il clima artistico alla fine degli anni Cinquanta era caratterizzato in generale da un’atmosfera informale, un’arte a mio avviso facile, che tutti potevano fare, al punto che la degenerazione portò a far eseguire quadri anche da galline e scimmiette con risultati non dissimili da quelli degli artisti.

Tuttavia, qualcuno si sottraeva a questa atmosfera imperante cercando di percorrere strade inedite appartenenti al mondo del fare mentale. Giovani che operavano in luoghi distanti tra loro e provenienti da condizioni, background ed esperienze formative assai diverse, spesso non sapendo dell’esistenza l’uno dell’altro, anche perché nessuno storico o critico aveva teorizzato ciò che stava accadendo.

Ma quando le più svariate circostanze li portavano a incontrarsi, subito si riconoscevano come soggetti di uno stesso modo di sentire, più orientati verso il design e l’architettura, la sociologia e la psicologia rispetto alle tendenze artistiche individuali. Una germinazione spontanea che si sarebbe coagulata attorno ad Almir Mavignier per dare inizio alle “Nuove Tendenze”. E Manfredo Massironi era tra questi giovani.” (Getulio Alviani, in Flash Art n. 274, Febbraio-Marzo 2009)

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Irene Kowaliska

“Di fronte ai lavori di Irene Kowaliska si rimane senza parola, letteralmente in silenzio. Il bianco che avvolge le sue piccole figure coglie il silenzio di Dio. “A te solo il silenzio è lode adeguata, o Signore, o Irene”, si può dire.
Ciò sottolinea in noi la convinzione che per Vietri, tra le due guerre, è passata una sola artista assoluta, un solo poeta, Irene Kowaliska.

Tutti gli altri “tedeschiesi” son bravi, son belli, son utili, ma I.K. è un’altra cosa, è un’altra “casa” Madre. Ha in sé il senso della morte (dell’arte). E della vita estesa.
I.K. lavora per sottrazione, sul minimo assoluto. Ella stessa sembra nutrirsi del niente, di niente, non cedere al minimo desiderio. Una vita, la sua, in comunione colle sue figure, fatta di poco, di astinenza, d’espiazione.” (Eduardo Alamaro, da Ceramiche paesane vietresi, 2005)

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Flavio Costantini

“Stregato dalla storia dell’anarchia, della quale dal 1962 raccoglie tutti i possibili documenti per ricostruirne graficamente le vicende, Flavio Costantini, attraverso il rigore delle sue tempere che modulano il colore a tinte piatte, il contrasto del caratteristico contorno nodoso, filtro-aureola all’interno del quale si materializzano le figure di quei suoi anarchici, così strettamente imparentati agli oppressi raccontati da Kathe Kollwitz o da Ben Shahn, e con il sapiente apporto di evocativi elementi di collage, ne restituisce fatti e umori con la passione del gesto di Passanante o di Ravachol.

Come un ragno paziente egli ricama le strutture metalliche belle époque, tesse i lividi orditi delle periferie inizio secolo, delinea, pietra per pietra, la rete del selciato dei quartieri anonimi, implacabili ragnatele nelle quali catturare e fissare per sempre il gesto anarchico.

La funzionalità gelida e geometrica del disegno della facciata di un edificio o delle piastrelle di un pavimento di una palestra scolastica, la suggestione dei suoi reperti: vecchie etichette, manifesti e testate d’epoca, e la puntualità delle sue citazioni, dalla ringhiera di ballatoio all’edicola di giornali, dall’addobbo di sala per conferenze a quello del caffè Liberty, tutto concorre a delineare meticolosamente la realtà evocata con la minuzia ossessiva e spiazzante dei sogni, dove l’insistere di un particolare dilata e ribalta la prospettiva.” (Paola Palottino, da L’Eternauta, 1982)

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Alberto Biasi

“La figura artistica di Alberto Biasi è una delle più coerenti e autorevoli nel campo di quella che in Italia è stata definita arte programmata, e altrove optical art, o che viene anche qualificata sotto il termine di cinetica.

Il lavoro di Biasi appartiene alla grande stagione della Modernità e delle neoavanguardie, ed è coevo – se non addirittura antecedente – alle esperienze gestaltiche europee, soprattutto francesi e tedesche, mentre è certamente in anticipo sulla cosiddetta Op Art americana.

La volontà iniziale di operare in gruppo, il desiderio di rendere misurabile la percezione, l’anelito a fare dell’opera d’arte un sistema percettivo universale aggiungono alla sua opera – e a poche altre di quegli anni – una valenza utopica che la rende ancor più emblematica di un mondo di valori legati alla costruzione di un modello di percezione del mondo, di cui la percezione gestaltica era una sorta di metafora, una prova linguisticamente settoriale di come avrebbe potuto e dovuto essere il nuovo orizzonte artistico e umano.” (Marco Meneguzzo, da Art a part of cult(ure), remove background noise, 5 maggio 2011)

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Emma Bonazzi

“L’attività della Bonazzi si inserisce nel contesto di quel finale klimtiano del Liberty italiano che aveva attratto artisti di così diversa formazione e attitudine quali Casorati, Chini, Zecchin, Alberto Martin (…).

Il contatto con la cultura francese della Bonazzi coinvolge attinenze con quegli artisti italiani che per viaggi o per elezione di domicilio erano approdati sulle rive della Senna, da Umberto Brunelleschi in primis, a Lorenzi, allo stesso Alberto Martini, per citare solo alcuni fra i tanti coinvolti in quel tipo di pittura grafico-decorativa e illustrativa dell’Art Decò. Si tratta di quella parte dell’arte che deve mantenere, in sede di valutazione storica e critica, un ruolo di primo piano nella determinazione del costume e delle tendenze figurative coinvolgenti in maniera diretta la sfera dell’umano, dalla moda allo spettacolo”. (Antonio Storelli, in “Atti e memorie della Accademia Clementina di Bologna”, 1974).

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